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Messaggero di Sant'Antonio


Traslazione S.Antonio 12 aprile 2008
 

un momento della traslazione...
un momento della traslazione...

 Indice:
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:. Sant'Antonio off limits Questa sera la traslazione
(il Corriere del Veneto - pag. 10)
L'arca provvisoria Il sarcofago è posto nella Cappella di San Giacomo
Il restauro L'intervento è necessario per eliminare le infiltrazioni Cerimonia privata per il trasferimento del corpo
PADOVA – Atteso con ansia e curiosità da migliaia di padovani, devoti e non, il gran giorno è arrivato. Alle 21 di stasera, i resti mortali di Fernando Martim de Bulhões e Taveira Azevedo, conosciuto in tutto il mondo come Sant'Antonio, saranno traslati dalla Cappella dell'Arca, dove riposano ormai da quasi sette secoli (era il 1350), in quella di San Giacomo, nel braccio destro del transetto della Basilica.
L'intervento solenne, necessario per eliminare le infiltrazioni d'umidità che, col tempo, hanno intaccato le tarsie in marmo che narrano i miracoli del Santo, sarà chiuso al pubblico. Ma seguito, passo passo, da tantissime autorità cittadine: dal sindaco Flavio Zanonato al nuovo prefetto Michele Lepri Gallerano, passando per il questore Alessandro Marangoni, il rettore dell'Università Vincenzo Milanesi e, ovviamente, il responsabile della Basilica padre Enzo Poiana. La cassa di rovere, che in una teca di cristallo custodisce le spoglie di Sant'Antonio, verrà collocata in una nuova arca realizzata apposta dalla ditta Margraf di Chiampo (Vicenza), sul modello di un affresco di Giusto de' Menabuoi che trova spazio nella Cappella del Beato Luca: all'opera hanno partecipato anche la veneziana Sansovino e la padovana Ometto Costruzioni. Prima, però, il corpo sarà adagiato di fronte all'altare maggiore, dove si terrà una breve liturgia, celebrata dal delegato pontificio monsignor Francesco Gioia. La ripulitura e il restauro degli altorilievi cinquecenteschi che ornano la Cappella dell'Arca, interamente finanziati dalla Fondazione Cariparo e dalla statunitense Venetian Heritage, dureranno almeno un anno e mezzo: i lavori saranno diretti dall'ingegner Lamberto Brisighella e dal professor Leopoldo Saracini. Ma già da domani i resti del Santo, chiusi nella Cappella di San Giacomo, torneranno ad essere meta delle preghiere di migliaia di pellegrini. Nell'attesa, forse l'anno prossimo, di essere esposti pubblicamente alla devozione dei fedeli, come avvenne nel 1981. In coincidenza, magari, con la visita a Padova di Papa Benedetto XVI.
Davide D'Attino 
 
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:. Anche Lele, l'ultimo artiere del 1981, alla cerionia di traslazione del Santo
(il Gazzettino di Padova - pag. XX)
Tutto è pronto, al Santo, per la cerimonia di stasera, alle 21, quando avrà luogo la quinta traslazione dei resti di sant'Antonio rinchiusi in un'urna di cristallo, avvolti da una cassa di rovere, opere queste realizzate nel 1981.
L'altra sera è arrivato in basilica il coperchio marmoreo dell'arca di pietra d'Istria Orsera, scolpita dagli operatori della Margraf di Schio, manufatto che poggerà su quattro colonne. I due artieri della basilica, Luciano e Luigino, assieme alle maestranze della ditta Ometto, hanno dato l'ultimo "colpo" alla tomba, nella cappella dell'Arca, dalla quale verranno prelevati i resti di sant'Antonio: hanno abbattuto il muro in mattoni all'interno della costruzione cinquecentesca e rimosso la lastra in acciaio calata per evitare la caduta della malta sulla cassa.
Alla cerimonia di stasera, chiusa al pubblico e quasi "blindata", con la presenza della Digos, parteciperanno circa 250 persone tra giornalisti, autorità civili e militari, un centinaio di frati, i dipendenti e volontari della basilica e le suore delle congregazioni religiose vicine alle opere antoniane. Un momento volutamente riservato, nonostante le richieste pervenute perfino dagli Usa, come afferma il rettore padre Enzo Poiana e a cui parteciparà anche "Lele", l'anziano artiere, l'unico rimasto tra quelli che nel 1981 hanno provveduto alla precedente traslazione.
La cassa sarà portata in spalla da otto frati fino all'altare maggiore per un momento di preghiera. Alla proclamazione del decreto della Congregazione delle cause dei santi che permette la traslazione, seguiranno la lettura di un brano di sant'Agostino, le litanie dei santi, un brano del vangelo di San Giovanni e un sermone di sant'Antonio. Poi l'omelia di monsignor Francesco Gioia, la recita della tredicina, delle litanie di sant'Antonio e del "Si quaeris". Altri otto frati rimetteranno in spalla la cassa per portarla nella cappella di San Giacomo, dove sarà riposta nella nuova urna. Un canto antoniano porrà fine alla celebrazione.
Da domani, potranno riprendere le visite dei pellegrini alle spoglie di Sant'Antonio. Accederanno alla splendida cappella di San Giacomo, affrescata nel 1378 da Altichiero da Zevio, ritenuto il maggiore pittore del secondo Trecento.
Alfredo Pescante
 
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:. Parla il rettore Enzo Poiana «Il Santo, miracolo infinito»
(il Mattino di Padova - pag. 3)
Credere vuol dire affidarsi, avere fede Antonio mi ha dato una lezione di umiltà: è l’amore di Dio che ci abbraccia tutti
PADOVA. «Antonio, con quella faccia da straniero, un portoghese, vive a Padova solo due anni, un coriandolo di una vita già breve, 36 anni, ma incendiaria, che lascia un segno intangibile nella storia. Antonio è una cometa che passa veloce ma lascia una scia lunga 8 secoli. Nato nel 1195, muore a Padova nella piccola comunità francescana dell’Arcella il 13 giugno del 1231». Questa è una piccola riflessione che fa da prologo al colloquio con monsignor Enzo Poiana, rettore del Santo, ma individua già la figura di un uomo che definiremmo potente, potenza di fede e di intelletto, rigore francescano e un’umanità così grande da abbracciare il mondo. E’ il Santo dei miracoli. Lo dicono le parole dell’inno che i fedeli levano al suo altare:”Si quaeris miracula” che la vulgata popolare definisce il sequeri.
Sì è il Santo dei miracoli -dice Poiana - 9 son scolpiti nel marmo e fanno da quinta alla sua tomba: il marito geloso che pugnala la moglie poi resuscitata, il miracolo dell’usuraio, quello del bimbo annegato, il miracolo del piede riattaccato. E ne cito solo alcuni. Sono tutti capolavori, grandi scultori come Antonio Lombardo e il Sansovino, scene quasi teatrali che regalano emozioni intense.
In effetti Antonio viene canonizzato nel 1232, un anno appena dopo la sua morte, a furor di popolo si potrebbe dire. La notizia del decesso, per malattia forse contratta nei suoi viaggi, dalla Sicilia alla Francia o per consunzione da iperattività, si era diffusa, portata di corsa a rotta di collo dai ragazzini che si erano sparsi per la città gridando: «E’ morto il padre santo».
E dopo ci furono disordini, quasi una battaglia per avere il corpo. Si dice che si siano scambiati colpi di catapulta, certamente fu distrutto un ponte e la salma dovette essere trasportata alla chiesetta originaria di Santa Maria Mater Domini, dove si trova il Santo, facendo passare il feretro su un ponte di barche.
Miracoli... Qual è stato secondo lei il miracolo più grande di Sant’Antonio?
Il miracolo più grande è la persistenza della fede, così viva, così globalizzata, dal Messico all’Australia. Sono 8 secoli che i fedeli credono in Antonio che lo invocano, che lo pregano, che hanno fiducia in lui.
Ma questa fede spontanea, una fede bambina, direi, è la stessa con cui un sapiente, un teologo, guarda Dio?
La sapienza teologica fa conoscere, apre una finestra sui misteri, ma un conto è conoscere un conto è credere, credere vuol dire affidarsi, aver fiducia. Quindi la fede è fede e basta. Vede, io all’inizio feci una certa resistenza all’incarico, per carità oneroso, di fare il rettore della basilica. Ma non avevo paura della responsabilità, né dell’impegno. Mi faceva paura proprio questa fede pura, emotiva. Sant’Antonio mi ha dato una lezione di umiltà, mi ha fatto capire che in fondo la molla è l’amore di Dio che ci abbraccia e ci comprende tutti, che non fa distinzione tra sapienti e ignoranti.
Ma che cosa chiede la gente a Antonio?
Chiede aiuto nella quotidianità, aiuto per cose concrete grandi e piccole. Chiede conforto per chi soffre, chiede la guarigione di un bambino malato, ma anche magari un aumento di stipendio, il ritorno di una persona cara che si è allontanata.
La gente chiede e arrivano le grazie?
Io non ho una contabilità a questo proposito, ma con gli ex voto, con i”per grazia ricevuta”, abbiamo riempito un museo che esercita, anche una forte suggestione, è un vero e proprio inno alla fede nel Santo.
(Dentro questa miniera del culto antoniano trovi di tutto: stampelle, protesi, il cui abbandono è segno di guarigione, cuori d’oro e d’argento, ma anche dipinti. C’è un quadro con una nave ghermita da un’onda grande come una montagna. Il pittore è un uomo che si è raccomandato ad Antonio al momento del disastro ed è stato salvato. Una volta per la guarigione di un bimbo malato si faceva voto di vestirlo da frate e questi minuscoli fratini si vedevano spesso, arrivavano in basilica accompagnati da genitori pieni di gratitudine e magari venivano dalla Polonia o dall’Argentina).
Sant’Antonio fa ritrovare le cose perdute?
Lo dice la gente. Qualcuno perde un anello, è scomparsa una vecchia foto, sono le cose che magari se le mangia la casa, imbucate chissà dove.
E il Santo te le fa ritrovare, magari ti fa ritrovare anche un amore perduto o dà colore a un ricordo lontano ormai sbiadito. Se ne parlava con don Paolo Giuriati, direttore del centro di Sociologia della Religione, che ora non c’è più. Se ne parlava sorridendo, ma lui aveva un’immensa fiducia in Antonio. E’ un santo forte, diceva, ma bisogna stare attenti, non è prudente prenderlo in giro.
Io questo non lo so. Quello che posso constatare è la forza della fede, il magnetismo che la figura di un uomo vissuto nel medioevo esercita ancor oggi. Antonio era coltissimo, aveva il dono della lingua, una forza di persuasione straordinaria, una grande capacità di comunicare e un carisma fortissimo.
E’ bella l’immagine: Antonio sta tornando da Verona, arriva sui Colli, al tempo ammantati di foreste da una cima vede la città, la sua Padova, con le torri, i palazzi dei signori e le capanne della povera gente. La vede e la benedisce, invoca la protezione di Dio sulla città. I poveri erano innamorati di Antonio, del suo coraggio, della sua lotta contro il tiranno Ezzelino, della campagna che aveva svolto per far eliminare la prigione per debiti. Un santo popolare, un santo simpatico alla gente che lo invoca dandogli del tu come se fosse un fratello maggiore, non lo spirito straordinario, il maestro in teologia che effettivamente è stato.
Aldo Comello

:. Un rito a porte chiuse per la teca di cristallo
(il Mattino di Padova - pag. 3)
PADOVA. Di ora in ora si avvicina il momento della celebrazione: la traslazione delle spoglie del Santo da un capo all’altro della basilica. Lo impongono i lavori di restauro alla parete nord, incompatibili con il flusso dei pellegrini. Rito a porte chiuse, questa sera dalle 21, esteso alla grande famiglia dei frati, una sessantina, ai membri dell’Arca, alle autorità civili e militari. Non c’è ricognizione, è un trasferimento: la teca di cristallo che custodisce le spoglie di Antonio resta sigillata e c’è un notaio a controllare. L’urna viene calata in una cassa di rovere e introdotta dall’alto nel nuovo sepolcro, marmo pregiato, medievale lo stile, la morfologia è quella del dipinto di Giusto de’ Menabuoi. E’ la quinta traslazione delle spoglie del taumaturgo lusitano, tutte collegate a lavori di ristrutturazione della basilica, una grande macchina in eterno movimento. Si passa dunque dalla cappella dell’Arca a quella all’altro capo del transetto, magnifica con gli affreschi di Altichieri da Zevio. Sulla cassa c’è uo specchio, una sorta di spioncino, da cui si può intravvedere lo scheletro, a cui manca la mandibola, la lingua e un braccio, reliquie “mobili” trasportate nel corso della processione del 13 giugno. La liturgia è presieduta dal delegato pontificio Francesco Gioia, interviene anche Enzo Poiana, rettore della comunità francescana del Santo. Sono secoli che Antonio fa il globe trotter dentro il microcosmo della basilica: l’8 aprile del 1263 alla presenza del Ministro Generale dell’Ordine Francrescano che ha un nome strepitoso per santità e cultura, Bonaventura da Bagnoregio, il corpo del Santo viene traslato dalla chiesetta francescana di Santa Maria Mater Domini alla nuova Basilica eretta in suo onore e viene deposto in un’arca mmarmorea. Nuova traslazione nel 1310 e ancora un trasferimento, finalmente nella posizione attuale nel braccio sinistro del transetto, il 14 febbraio del 1350.
 
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L'Osservatore Romano - 13 aprile 2008 -
In occasione dei lavori di restauro dell'Arca a Padova - Traslato il corpo di Antonio il "santo amico" .
di Claudio Zerbetto
Sant'Antonio di Padova ha trovato una nuova sistemazione, anche se provvisoria, all'interno della sua basilica.
Dalla cappella dell'Arca, dove era stato deposto sette secoli fa, il suo corpo riposerà ora in una nuova tomba all'intero della cappella di san Giacomo, affrescata nel Trecento da Altichiero da Zevio, situata nel braccio destro del transetto della basilica.
La traslazione dei resti mortali del santo si è resa necessaria per permettere l'inizio dei lavori di restauro della cappella dell'Arca, i cui muri sono gravemente danneggiati dalle infiltrazioni d'acqua e di umidità.
 
La cerimonia di trasferimento del corpo del santo è avvenuta nella sera di sabato 12 aprile, a santuario chiuso, con un'intensa liturgia durante la quale la cassa di rovere contenente la teca in cristallo che custodisce i resti mortali del santo, senza essere aperta e quindi senza rottura dei sigilli posti al termine della ricognizione del 1981, è stata collocata nel nuovo sepolcro, realizzato sul disegno del sarcofago trecentesco raffigurato nell'affresco di Giusto de' Menabuoi nella cappella del beato Luca.
La traslazione si è svolta alla presenza del delegato pontificio per la basilica di Sant'Antonio, l'arcivescovo Francesco Gioia; padre Enzo Poiana, rettore del santuario antoniano; padre Gianni Cappelletto, superiore provinciale dei francescani conventuali e oltre un centinaio di frati.
 
"È sempre emozionante e spiritualmente significativa - ha sottolineato padre Poiana - l'esperienza di avvicinare la reliquia del corpo di sant'An-tonio. Quel corpo che fu una presenza evangelica in mezzo agli uomini e alle donne del XIII secolo; corpo che ha manifestato la presenza, la compassione e la misericordia di Dio in mezzo agli uomini. È questa un'occasione - ha aggiunto - per manifestare ancor più da vicino l'amore e la devozione di tutti i devoti del santo sparsi per tutto il mondo".
È stato letto quindi il decreto della Congregazione delle Cause dei Santi, a firma del prefetto, il cardinale José Saraiva Martins, che autorizza la temporanea traslazione del corpo di sant'Antonio. Subito dopo è stata aperta l'Arca ed è stata estratta la cassa con le spoglie del santo, portata a spalla da otto frati e posizionata di fronte all'altare maggiore mentre i presenti intonavano il canto delle litanie quale espressione di comunione "con quella Chiesa celeste nella quale Antonio risplende per la sua eminente santità".
 
Dopo la lettura del vangelo di Giovanni e del sermone di sant'Antonio della domenica ottava di Pasqua, il delegato pontificio ha voluto sottolineare l'opera del santo, grande intercessore, ma soprattutto modello da seguire nella nostra vita. "Siamo qui davanti alle reliquie di sant'Antonio - ha detto - non con la curiosità dei cronisti che assistono a un evento, ma con il vivo desiderio di accogliere il messaggio di Dio racchiuso in questa circostanza, perché sappiamo che in ogni momento della storia è racchiuso un messaggio di salvezza, come Cristo è presente tutto intero in ogni piccolo frammento dell'Ostia consacrata". "I santi - ha proseguito - oltre ad esse-re i nostri intercessori, i nostri protettori davanti a Dio nell'ambito di quella misteriosa comunione che esiste tra vivi e defunti, attesta-ta da tutte le religioni, hanno come specifica missione di invitare "tutti i fedeli a perseguire la santità e la perfezione del proprio stato", affermando con il loro esempio che è possibile vivere il vangelo. Anche la vita di sant'Antonio ebbe una svolta decisiva alla vista delle reliquie dei cinque protomartiri francescani, uccisi in Marocco il 16 gennaio del 1220 - ha ricordato monsignor Gioia -. In quella circostanza egli concepì il desiderio del martirio; entrò subito nell'ordine di san Francesco d'Assisi e nell'autunno dello stesso anno partì per il Marocco. Ma non divenne martire, perché Dio aveva su di lui un altro disegno: lo voleva testimone del vangelo con la predicazione e con il suo stile di vita". Il delegato pontificio ha affermato infine che "il messaggio che sant'Antonio rivolge a noi questa sera è di testimoniare con la propria vita ciò che crediamo. San Giovanni Crisostomo faceva notare che "non ci sarebbero più pagani, se ci comportassimo da veri cristiani"". E ha concluso, citando Paolo VI: "L'uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono testimoni".
 
A questo punto della liturgia è seguito un gesto di venerazione da parte dei presenti; le spoglie sono state quindi portate al nuovo sepolcro, nella vicina cappella di san Giacomo, accompagnate dalla preghiera della tredicina e delle litanie a sant'Antonio. Qui i resti mortali del santo rimarranno per circa diciotto mesi, fino a quando non saranno ultimati i lavori di restauro previsti entro il 13 giugno 2009.
 
Non è comunque la prima volta che il corpo del santo viene spostato all'interno della basilica. Dopo la prima sepoltura, nel 1231, nella chiesetta di Santa Maria Mater Domini; l'8 aprile 1263, alla presenza di san Bonaventura da Bagnoregio, ministro generale dell'Ordine, il corpo di Antonio venne portato nella nuova basilica, sotto la cupola centrale, dove, aperto il sarcofago, fu ritrovata la lingua incorrotta. Tra il 1307 e il 1310 ci fu un ulteriore spostamento per lavori di sviluppo della basilica che venne ampliata e cupolata; con ogni probabilità in quell'occasione la tomba restò per alcuni anni nell'atrio della cappella delle reliquie. Una traslazione solenne fu infine eseguita il 15 febbraio 1350 dal legato pontificio, il cardinale Guido di Boulogne-su-mer, nel corso della quale il santo fu spostato nella posizione più vicina alla chiesetta di Santa Maria Mater Domini. La cappella dell'Arca è il "cuore" della basilica, il luogo più venerato e amato dalle folle di pellegrini che si recano alla tomba del santo, più di quattro milioni ogni anno.
 
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Avvenire, 13 aprile 2008
Nella Basilica il «saluto» dei fedeli a sant’Antonio
Padova
Da PADOVA LUCIA BELLASPIGA -
 
Un breve trasferimento, in fondo, se visto con lo sguardo di questa terra. Ma un viaggio significativo, lun­go soltanto una navata eppure capace di attraversare i secoli: era chiusa ai fedeli, ieri sera, la Basilica di Padova, mentre le spoglie mortali di sant’Antonio lasciavano l’arca di marmo in cui riposano da 700 anni e ve­nivano traslate nella cappella di fronte, dedicata a san Giacomo. Un momento solenne quello in cui dall’arca è stata estratta la cassa in rovere che a sua volta contiene la teca di cristallo con il corpo di sant’Antonio: il san­to troverà riposo per i prossimi 18 mesi in un nuovo sarcofago marmoreo, giusto il tempo ne­cessario ad ultimare il restauro della Cappella dell’Arca, quella cui ogni anno da tutto il mon­do giungono milioni di devoti per il «gesto del pellegrino», quel toccare la sua tomba e chiedergli protezione.
 
Basilica chiusa, dicevamo, mentre attorno al santo prega­vano i frati che hanno voluto accompagnare il suo breve viaggio terreno con una sugge­stiva liturgia, alla presenza del delegato pontificio per la Basi­lica, monsignor Francesco Gioia, delle autorità civili, mili­tari e religiose della città.
 
«Non cambia nulla, è vero, vorrà dire che da domani per un anno e mezzo anziché cer­carlo dov’era prima andremo nella navata destra», notano al­cuni pellegrini giunti dalla Lombardia, che però tradisco­no un po’ di disorientamento proprio con la loro presenza in Basilica per l’ultimo giorno pri­ma della traslazione: «Abbiamo chiesto di partecipare alla ceri­monia – raccontano – ma non c’è stato nulla da fare, così sia­mo venuti il giorno prima, a sa­lutarlo ». Ed è proprio questa la peculiarità del culto di sant’An­tonio, quasi la visita a uno di fa­miglia, «a un amico potente, a un fratello maggiore che ascol­ta, con cui ti puoi confidare per ricevere forza contro i marosi della vita. Soprattutto le coppie che non riescono ad avere figli gli si affidano... E quante lette­re poi riceviamo di ringrazia­mento », dice padre Paolo Flo­retta, l’incaricato del «Messag­gero di Sant’Antonio» di tenere le relazioni con gli abbonati: un osservatorio privilegiato e o­ceanico, dato che la rivista rag­giunge 700mila associati in tut­to il mondo. «Qual è il nucleo della sua devozione? Dalle cen­tinaia di migliaia di lettere e e­mail che ci mandano – spiega – risulta che le suppliche riguar­dano la famiglia in primo luo­go, cioè le relazioni difficili tra coniugi e tra genitori e figli, la sterilità, poi la difesa della fede, con le richieste a volte dispera­te di illuminazione e conver­sione ». «Sono arrivato qui da due anni – conferma padre Enzo Poiana, rettore della Basilica – e sono rimasto stupefatto di come sant’Antonio continui a essere presenza viva davvero in tutto il mondo: ogni anno arrivano 5 milioni di pellegrini, e in parti­colare mi hanno colpito i grup­pi di giovani, soprattutto da Germania, Spagna e America Latina, che pregano «el santo casamenteiro», colui che ti fa «sposare bene», trovare l’anima gemella. Per questa traslazione abbiamo dovuto dire no a mi­gliaia di fedeli da ogni dove: sa­pevano che per pochi istanti durante il passaggio tra le due arche sarebbe stato possibile vedere il teschio del santo, per­ché la cassa di legno ha una pic­cola finestra aperta dai frati nel 1981... Ma tra 18 mesi, finiti i la­vori, è probabile che il corpo verrà esposto alla venerazione». Una notizia che farà il giro del mondo, se solo per il giorno di sant’Antonio ogni anno Padova è invasa da 250mila pellegrini. E sempre più solido diventa il legame con la città. Di anno in anno Padova incrementa le ini­ziative per la «tredicina» di giu­gno e il santo ricambia ricor­dandosi degli ultimi: «L’anno scorso la reliquia del mento è stata esposta giorni nell’ospe­dale civile, accanto ai malati – annuncia il rettore –. Quest’an­no entrerà in carcere».
 
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il Gazzettino, 13 aprile 2007
Traslata l'antica Arca, la quinta volta dal 1231 - Resterà nella nuova sede per un anno

Per la quinta volta, dal 1231, anno del pio transito di frate Antonio, la cassa contenente i suoi resti mortali è stata traslata. Nell'antica arca quelle spoglie faranno ritorno soltanto a giugno dell'anno prossimo. La storia delle traslazioni del Santo incomincia poco dopo la morte avvenuta il 13 giugno del 1231 nel convento dell'Arcella. Cinque giorni dopo infatti il corpo dentro una semplice cassa in legno venne trasportato nella chiesetta di Santa Maria Mater Domini, sulla quale poco tempo dopo fu costruita la basilica che vediamo oggi. Nel 1263 il corpo di frate Antonio venne traslato dalla chiesetta alla nuova basilica a lui intitolata. Nel 1310 nuova traslazione per portare l'arca in un settore del tempio non interessato ai lavori di ampliamento. Infine, quarant'anni più tardi, si effettuò un ulteriore trasferimento, nel braccio sinistro del transetto dove ora si trova la Cappella dell'Arca. C'era una viva attesa e c'è stata anche un sentimento di emozione generale, ieri sera, in basilica , quando la teca in cristallo è stata trasportata entro una cassa in rovere nel nuovo sepolcro im marmo realizzato nella Cappella di San Giacomo.
 
«I fedeli devono poter toccare la tomba del Santo»
Canti e preghiere hanno accompagnato ieri sera la traslazione delle spoglie nella Cappella di San Giacomo
«La causa è rappresentata dai lavori di restauro, ma la motivazione vera - me ne sono reso ben conto - è che tutti i superiori del convento che hanno deciso nei secoli le traslazioni dei resti mortali del Santo, lo hanno fatto per consentire ai pellegrini di poter sempre avvicinare la tomba e toccarla...».

Sono state queste le parole pregnanti del saluto che il rettore, padre Enzo Poiana, ha rivolto ieri sera alle poche centinaia di persone presenti in Basilica per la liturgia che ha accompagnato, appunto, l'operazione dello spostamento della cassa mortuaria del Santo dalla antica arca alla provvisoria sepoltura nella cappella di San Giacomo per via degli urgenti programmati lavori di restauro.

È stata una cerimonia nel più pretto stile francescano, fatto cioè di semplicità, profondità di fede, intensità di preghiera, alla presenza delle autorità fra le quali il sindaco Zanonato, il vescovo Rizzato, il vicario generale della diocesi Doni e il vicario diocesano Padovan, il nuovo prefetto Lepri Gallerani alla sua prima uscita pubblica in città, il presidente della Fondazione Cassa si Risparmio Finotti, il questore Marangoni, il comandate regionale dei carabinieri generale Vacca, nonchè i frati della Provincia veneta, le famiglie religiose femminili al Santo collegate, il regista Bellucco autore di un film sul Santo, i dipendenti e i volontari della Basilica . Al saluto del Rettore che ha illustrato le precedenti traslazioni, ha fatto seguito l'omelia del delegato pontificio Francesco Gioia, il quale ha sottolineato «il messaggio che Sant'Antonio rivolge a noi questa sera: quello di testimoniare con la propria vita ciò che crediamo», cioè l'amore di Dio «che ci accompagna nel nostro cammino, come un uomo accompagna il proprio figlio». Il rito ha visto la lettura del Decreto della Congregazione delle Cause dei Santi, canti e letture antoniani e l'omaggio devozionale prima dell'epilogo dell'"operazione".

Così, per la quinta volta, dal 1231, anno del pio transito di frate Antonio, la cassa contenente i suoi resti mortali è stata traslata. E si tratterà di uno spostamento a lungo termine, per così dire, dal momento che nella antica arca, quelle spoglie faranno ritorno soltanto a giugno dell'anno prossimo. La storia delle traslazioni del Santo incomincia poco dopo la morte avvenuta il 13 giugno del 1231 nel convento dell'Arcella. Cinque giorni dopo infatti il corpo dentro una semplice e povera cassa in legno, processionalmente venne trasportato nella chiesetta di Santa Maria Mater Domini, sulla quale poco tempo dopo fu costruita la basilica che vediamo oggi.

Nel 1263, presente il ministro generale dell'Ordine Francescano, Bonaventura da Bagnoregio, il corpo di frate Antonio venne traslato dalla chiesetta alla nuova basilica a lui intitolata e deposto in un'arca di marmo sostenuta da quattro colonne.

Nel 1310 i frati promossero una nuova traslazione per portare l'arca in un settore del tempio non interessato ai lavori di ampliamento dello stesso; così, la sepoltura fu trasferita in una cappella "privilegiata" del deambulatorio, corrispondente presumibilmente all'attuale atrio del Santuario delle Reliquie ("Cappella del Tesoro").

Infine, quarant'anni più tardi, forse per riportare la tomba vicino alla primitiva chiesetta di Santa Maria Mater Domini, si effettuò un ulteriore trasferimento dell'arca, collocata definitivamente nel braccio sinistro del transetto dove ora si trova la Cappella dell'Arca oggetto dei lavori di riparazione e restauro.

C'era una viva attesa e c'è stato anche un sentimento di emozione generale, ieri sera, in Basilica , quando, la teca in cristallo (restata sigillata) è stata trasportata da un gruppo di frati entro una cassa in rovere nel nuovo sepolcro im marmo pregiato di stile medioevale (la morfologia è quella del dipinto di Giusto de' Menabuoi) realizzato nella Cappella di San Giacomo, cioè dalla parte esattamente opposta a quella dell'Arca stessa, dove da oggi potranno passare i pellegrini in devota preghiera.

Giovanni Lugaresi
 
LA CERIMONIA DEL 1981
«Vennero cantati il "Magnificat" e il "Te Deum" per quel segno che il Signore aveva lasciato del nostro antico confratello Antonio: i tre involti con, rispettivamente, il saio, le ossa, le ceneri (unghie, barba, eccetera), all'interno della seconda cassa lignea a sua volta contenuta in una più grande, sempre di legno e legno povero, per giunta, e ciò in contraddizione con quel che uno storico del nostro Ordine aveva suo tempo scritto: cioè, che i resti mortali del Santo erano contenuti in una cassa d'argento dorata! Ecco, invece, un segno della povertà del Taumaturgo...».

Tra i frati che ieri sera hanno partecipato alla liturgia per la traslazione della cassa contenente le spoglie di frate Antonio, padre Luciano Segafreddo, vicedirettore del "Messaggero", ricorda ancora fortemente commosso la precedente "operazione" per la ricognizione dei resti del Santo, avvenuta ventisette anni or sono. Con lui, allora, provarono quella tale emozione altri religiosi pure ieri presenti in basilica : padre Luciano Bertazzo, padre Gianni Cappelleto (attuale superiore provinciale dei Frati Minori conventuali), padre Abram, i fratelli Angelico e Antonino Poppi, rispettivamente, rettore della basilica e notaio della commissione tecnico-consultiva. Tanti presenti allora, oggi non ci sono più, come Giovanni Luisetto, Pio Capponi, fra' Luciano Forese; altri sono infermi, come l'ex ministro provinciale Alessio Squarise.

Padre Segafreddo ricorda anche le presenze del cardinale Palazzini, del vescovo di Padova Bortignon, del delegato pontificio Mauro, del ministro generale dell'Ordine Vitale Bonmarco. E di come tutte quelle presenze fossero pervase da un senso di stupore: «Fu un evento meraviglioso che suscitò in tutti noi una grande impressione... E pure alla fine degli esami compiuti dagli esperti, che rilevarono fra l'altro, da una grossa rotula, quanto il Santo fosse stato grande camminatore».

G. Lu.
 
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Il corpo di Sant'Antonio spostato nella nuova arca «Da oggi tornano i fedeli»
(il Corriere del Veneto - pag. 7)
      La traslazione Cerimonia storica e riservata Padova, attese folle di pellegrini
      PADOVA – Una cerimonia che resterà nella storia della città del Santo, famosa nel mondo proprio per i miracoli di quel frate portoghese venuto da Lisbona. Ieri sera a Padova, i resti mortali di Fernando Martim de Bulhões e Taveira Azevedo, meglio conosciuto come Sant'Antonio, sono stati traslati dalla Cappella dell'Arca, dove riposano ormai da quasi sette secoli (era il 1350), in quella di San Giacomo, nel braccio destro del transetto della Basilica. L'intervento solenne, necessario per eliminare le infiltrazioni d'umidità che, col tempo, hanno intaccato le tarsie in marmo che narrano le gesta del Santo, si è svolto in forma privata. Seguito con grande emozione dai frati appartenenti a tre diverse «famiglie» francescane e dal sindaco Flavio Zanonato. Folta la rappresentanza della Confraternita dei Macellai. Assente il vescovo Antonio Mattiazzo.
A metà tra fede e filosofia l'intervento del delegato pontificio monsignor Francesco Gioia. Un'omelia incentrata sulla «testimonianza del messaggio cristiano»: un valore ben radicato nella vita e nella storia secolare di Sant'Antonio. Perché credere significa, soprattutto, spendersi in prima persona nella diffusione della parola di Dio. Fino anche a fondersi con essa. «I santi – ha esordito l'inviato di Papa Benedetto XVI – oltre ad essere i nostri intercessori e protettori davanti al Signore, hanno anche il compito di invitare i fedeli a perseguire la santità e la perfezione, affermando con il loro esempio che vivere il Vangelo è possibile. Bisogna conquistare coloro che non credono non attraverso le parole, ma con una condotta casta e rispettosa». Spazio, poi, a Friedrich Nietzsche: «I cristiani devono mostrare con la loro vita una Bibbia vera e vivente». E a Søren Kierkegaard: «Non importa sapere che Dio esiste, importa sapere che Dio è amore». Citazione finale presa in prestito dal poeta francese Léon Bloy: «Non c'è che una tristezza: quella di non essere santi». Commosso il rettore della Basilica, padre Enzo Poiana: «Quel corpo, che fu una presenza evangelica tra gli uomini e le donne del XIII secolo, ci manifesta, ancora oggi, la presenza, la compassione e la misericordia di Dio. Quest'esperienza significa molto, dal punto di vista spirituale, specie per noi frati, che abbiamo il privilegio di avvicinare così il figlio di Francesco d'Assisi, nostro padre nella fede ».
Conclusa l'omelia, la cassa di rovere, che in una teca di cristallo custodisce le spoglie del Santo, è stata collocata in una nuova arca realizzata apposta dalla ditta Margraf di Chiampo (Vicenza), sul modello di un affresco di Giusto de' Menabuoi che trova spazio nella Cappella del Beato Luca. La ripulitura e il restauro degli altorilievi cinquecenteschi che ornano la Cappella dell'Arca, interamente finanziati con mezzo milione di euro dalla Fondazione Cariparo e dalla statunitense Venetian Heritage, dureranno almeno un anno e mezzo: i lavori saranno eseguiti dall'azienda veneziana Sansovino e dalla padovana Ometto. Già da oggi, però, i resti del Santo, chiusi nella Cappella di San Giacomo, torneranno meta dei pellegrini. Al termine della cerimonia, documentata passo passo dal notaio Marco Silva, il presidente della Veneranda Arca del Santo Gianni Berno ha lanciato un appello: «Ora sarebbe bello trovare un ente, istituzionale o privato, disposto a sistemare il tetto della Basilica, che attende da anni una completa ristrutturazione ».
Davide D'Attino
 
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Fede, storia, emozioni Le reliquie di Antonio traslate nella basilica
(il Mattino di Padova - pag. 18)
E’ un funerale, ma senza tristezza. Per i frati, per gli uomini della Veneranda Arca il momento della traslazione delle spoglie del Santo è carico di forti emozioni, ritrovarsi intorno alle reliquie dell’uomo che nei pochi anni che ha vissuto, fulmine di guerra per l’innovazione di carità, di fede, per l’espressione di una forza e di un coraggio davvero rivoluzionari, ha lasciato una traccia indelebile nella storia della chiesa. Esserci, quindi, rendere omaggio al Santo in questa occasione significa ricevere una sorta di iniziazione, vivere un’esperienza che resterà nella memoria.
«L’ultima traslazione - dice padre Enzo Poiana, rettore della basilica - risale al 14 febbraio 1350. Fu officiata dal legato apostolico Guido de Boulogne-sur-mer, presenti il patriarca di Aquileia, i vescovi di Padova e Verona, oltre ad altri prelati e illustri personaggi tra cui il poeta Francesco Petrarca. In quell’occasione l’urna venne utilizzata come altare tanto che «Supra arcam dominus legatus Missam celebravit». La cerimonia di ieri sera, scandita secondo i canoni di un rito rigoroso (c’è anche l’accertamento da parte del notaio dell’integrità dei sigilli perché la teca di cristallo che contiene le ossa del taumaturgo non deve essere aperta e una copia del documento notarile sarà conservata nella cripta). E’ una traslazione, infatti, non una ricognizione della salma; è il trasferimento del corpo dall’altare del’Arca quello con il soffitto del Falconetto sfavillante d’oro all’altare di San Giacomo, splendido dei colori di una grande maestro medievale, Altichieri da Zevio.
I motivi tecnici sono noti: la parete nord è intrisa di umidità e percorsa da crepe, va risanata, il teatro di marmo delle statue che rappresentano i nove miracoli di Antonio, tutti capolavori di grandi artisti, ha bisogno di interventi di restauro. I lavori dureranno 18 mesi e il cantiere è incompatibile con l’afflusso di qui la traslazione. Decisione coraggiosa, questa, forse sarebbe stato possibile creare un percorso per i pellegrini, una sorta di tunnel all’interno del cantiere. Possibile ma pericoloso. «Al di là dei motivi tecnici per cui si compie il trasferimento delle reliquie - riprende padre Poiana - è sempre emozionante e spiritualmente significativa l’esperienza di avvicinare il corpo del Santo. Quel corpo che fu una presenza evangelica in mezzo agli uomini e alle donne del XIII secolo, corpo che ha manifestato la presenza, la compassione e la misericordia di Dio in mezzo agli uomini. Quella di questa sera è un’esperienza spiritualmente significativa per noi frati. Abbiamo, infatti il privilegio di avvicinare il nostro confratello in modo del tutto singolare, di avvicinare questo figlio di Francesco di Assisi e nostro padre nella fede che ha caratterizzato il francescanesimo del Nord Italia e del Sud della Francia. Un’occasione per manifestargli ancora più da vicino il nostro amore e la nostra devozione».
Si entra dal chiostro della magnolia. E’ già buio, i profili delle colonne del chiostro, il disegno delle lapidi lungo il muro, il verde cupo del grande albero al centro del cortile, ispirano una sensazione di inquietudine, ma, dentro, la basilica è scintillante di luci, luci messe al posto giusto, dopo il rinnovamento degli impianti che diffondono una luminosità calda e accogliente.
«Siamo qui davanti alle reliquie di Sant’Antonio - dice monsignor Francesco Gioia, delegato pontificio - non con la curiosità dei cronisti che assistono ad un evento, ma con il vivo desiderio di accogliere il messaggio di Dio racchiuso in questa circostanza, perché sappiamo che in ogni momento della storia sta dentro un messaggio di salvezza, come Cristo è presente tutto intero in ogni piccolo frammento dell’Ostia consacrata».
E ancora: «Il messaggio che Sant’Antonio rivolge a noi questa sera è di testimoniare con la propria vita ciò che crediamo. San Pietro esorta a conquistare coloro che non credono non attraverso le parole ma con la condotta casta e rispettosa. San Giovanni Crisostomo faceva notare che non ci sarebbero più pagani se ci comportassimo da veri cristiani. Paolo VI diceva che l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri e se ascolta i maestri lo fa perché sono testimoni».
Molto intensa l’omelia pronunciata da Gioia, traboccante di passione religiosa e ricchissima di citazioni. Cita il filosofo esistenzialista Soren Kierkegaard quando scrive: «Non importa sapere che Dio esiste, importa sapere che Dio è amore». E ancora, attinge a un passo del poema dal titolo «Sabbia e onda»: «Dobbiamo testimoniare il vero Gesù di Nazareth, quello della storia, quello che ci presenta la Chiesa, e non quello che ci siamo creati a nostro uso e consumo. Il noto poeta libanese Cibran immagina che una volta ogni anno Gesù di Nazareth incontri il Gesù dei cristiani in un giardino sulle colline del Libano e che parlino a lungo. E che ogni volta Gsù di Nazareth si allontani dicendo: «Amico mio, temo che non andremo mai d’accordo, mai». Poi, spigolando, estrae anche una frase di Léon Bloy: «Non c’è che una tristezza: quella di non essere santi».
Gianni Berno, presidente generale della Veneranda Arca del Santo, ricorda l’obiettivo più immediato e concreto della serata e anticipa nuove iniziative in cantiere: «Ci siamo posti una serie di traguardi ambiziosi, ne fa parte questo straordinario evento della traslazione. La basilica è innanzitutto un faro di fede che porta a Padova pellegrini da tutto il mondo, ma non si può prescindere nemmeno dal valore artistico delle opere che la grande chiesa contiene, che vanno salvaguardate e conservate. Siamo impegnati anche in una serie di iniziative sia a carattere culturale che a sfondo ludico, come la Maratona del Santo in programma il 27 aprile per la quale sono state coniate quattordicimila medaglie ricordo. Recano l’immagine del miracolo del bicchiere, l’altorilievo scolpito da Gian Maria Mosca e da Paolo Stella. Per la tredicina di giugno andranno in porto anche altre importanti iniziative culturali».
La nuova arca in stile medievale che accoglie le spoglie del Santo è stata realizzata dalla ditta vicentina Margraf di Chiampo e dall’impresa Ometto Costruzioni di Padova, che ne hano fatto dono alla basilica antoniana. Gli interventi di restauro, per un importo complessivo pari a 450 mila euro, sono stati finanziati dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e da Venetian Heritage.

:. Vita e morte di un frate che temeva solo l’inferno e sfidò l’odio di Ezzelino
(il Mattino di Padova - pag. 19)
Predicazione e carità esorcismi e miracoli La sua maledizione agli usurai e la crociata padovana per liberare i debitori incarcerati
Dicono che nello sguardo di chi muore scorrano le immagini di una vita intera. Se è così, gli occhi di Fernando Martim de Bulh¨oes e Taveira Azevedo, il portoghese che volle farsi Antonio da Padova, contemplano da sette secoli gli abissi del dolore e la speranza di salvezza. Un caleidoscopio che si apre alla vista di cinque frati decapitati dai musulmani in Marocco, dove si erano recati a predicare per volontà di Francesco d’Assisi: quei corpi senza vita, restituiti al monastero di Coimbra, spinsero il giovane novizio a cambiare nome (l’etimo antoniano ha radici greche, indica “colui che fa fronte ai suoi avversari”) e ad entrare nell’ordine dei Minori, anteponendo l’opera di evangelizzazione alla contemplazione mistica.
Il missionario, nella sua concezione, non è l’affabulatore capace di inoculare un fideismo astratto. E’ piuttosto un “guerriero disarmato” capace di trasformare chi gli sta intorno, sottraendolo alla schiavitù materiale e spalancandogli gli orizzonti del cielo. Mira a ben altro che a convincere gli scettici, Antonio. Vuole rivoluzionare il tempo in cui vive con la forza che gli trasmesso la parola di Gesù: «Qui, in terra, l’occhio dell’anima è l’amore», riflette nel Sermones «il solo valido a superare ogni velo. Dove l’intelletto si arresta procede l’amore, che con il suo calore porta all’unione con Dio».
Maestro di teologia, implacabile nella difesa del dogma - fu il «martello» dell’eresia catara e albigese - il frate francescano non teme nulla.
Nella Padova del Duecento, una città dominata da ricchi mercanti che affamano la plebe urbana, sfida i potenti e il Comune: grida «serpenti» ai nobili che prestano denaro a usura, maledice gli avari, aggredisce verbalmente il consiglio tanto da strappare la riforma del codice statutario: un debitore insolvente senza colpa, dopo aver ceduto tutti i beni, non potrà più finire in carcere. C’è chi si oppone, chi lo insulta e lo minaccia di morte. I seguaci del frate, allampanato e febbricitante per l’idropisia che lo affligge, hanno paura. Lui li rassicura a modo suo: sulla terra si muore una volta sola, ma chi offende Dio e le sue creature è dannato in eterno.
Capita però che quanto c’è di più simile al Diavolo, almeno agli occhi della Chiesa, incroci la sua strada. Ezzelino da Romano, il Feroce, avanza tra fiumi di sangue: in un solo giorno, ordina che siano bruciati vivi undicimila prigionieri padovani ostili al suo dominio e fa arrestare tutti i figlioli dei capi guelfi della città. Li rinchiude nella Torre Malta, a Cittadella, condannandoli - nella parole di Rolandino - a morire lentamente tra «tenebre, vermi, fame e sete». Antonio parte, raggiunge il Feroce a Verona. Il loro incontro è breve, Ezzelino lo fulmina con lo sguardo ma il frate non abbassa gli occhi. Chiede pietà per gli ostaggi, ottiene un ghigno crudele. Allora si avvicina al tiranno e gli sussurra poche parole: un gesto testimoniato dai cronisti del tempo, che diventerà affresco e pittura. Non ci è dato di conoscerne il contenuto, sappiamo che Ezzelino scaccia con rabbia il francescano e che questi si allontana in silenzio, a testa alta.
Predicazioni, conversioni, esorcismi, miracoli. L’alone di santità precede la morte. Nel suo volto scavato, uomini e donne leggono un messaggio di verità, contagioso e irresistibile. Si muore una volta sola, diceva Antonio. E la sua vita durerà trentasei anni appena. Ma la sua voce sopravvive nel tempo. E non conosce confini.
Filippo Tosatto
 
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Il Gazzettino, 14 aprile 2008
Ieri in Basilica una presenza elevata di pellegrini che si sono recati alla nuova arca posizionata nella cappella di San Giacomo

«Il Santo così lo sentiamo più vicino»
Alcuni fedeli hanno confidato al rettore, padre Poiana, che la sistemazione pone in maggior risalto la tomba
Sorpresa, ma neanche troppa, ieri, per i primi devoti che si sono presentati all'apertura delle porte della basilica del Santo (alle 6,15, con fra' Damiano) quando si sono resi conto dello "spostamento" della sepoltura del Taumaturgo, avvenuta la sera prima.

Come riferito, infatti, sabato, la famiglia dei frati minori conventuali, con i suoi dipendenti e volontari, le autorità cittadine e le rappresentanze religiose al Santo legate (qualche centinaio di persone), a porte chiuse, aveva celebrato una liturgia per accompagnare l'"operazione" del trasferimento temporaneo dei resti mortali di frate Antonio. La cassa con le spoglie del Santo, è stata collocata nella nuova arca (nella Cappella di San Giacomo) donata dalla Margraf di Chiampo e dalla Ometto Costruzioni di Padova.

Ieri, dunque, in una giornata particolare non soltanto per questo evento, ma anche per il terzo anniversario della elezione di Joseph Ratzinger al soglio pontificio, c'è stato un afflusso elevato di pellegrini.

Le impressioni del rettore padre Enzo Poiana e dei suoi stretti collaboratori è stata di gente che "tranquillamente passava alla nuova tomba e senza esitazione alcuna compiva i gesti di sempre". Si sono registrati anche pellegrinaggi organizzati: gruppi provenienti da Piacenza, da Rossano Veneto, dalla Germania, dall'Austria, dalla Polonia (con la celebrazione della messa nella Sala del Capitolo). E ancora, dalla Spagna, nordamericani, indiani del Kerala, croati e dallo Sri Lanka.

Più di un devoto ha detto a padre Poiana che l'attuale sistemazione pone maggiormente in risalto la tomba, mentre nella cappella di prima la grandezza dell'altare e di quanto vi sta intorno mimetizzavano un po', per così dire, la presenza della tomba stessa. L'affermazione di una persona ha particolarmente colpito il Rettore: "Padre, qui sembra che sant'Antonio sia più vicino"

Certo, impressioni, opinioni dettate dalla situazione del momento, ma significative del nessun "trauma" che lo spostamento della sepoltura ha provocato.

Intanto, la giornata di ieri ha avuto il suo epilogo alle 17 con la solenne concelebrazione presieduta dal delegato pontificio Francesco Gioia che aveva al fianco fra gli altri, il rettore della basilica padre Poiana, il vice padre Laggioni, il delegato dal superiore provinciale dei Frati Minori conventuali, Santolani, nonché e sacerdoti e religiosi della diocesi. Il rito è stato accompagnato dalla Cappella Musicale.

Giovanni Lugaresi
 
 
Alcuni presenti, sabato notte, ...
Alcuni presenti, sabato notte, nella basilica antoniana, alla cerimonia d'estrazione della cassa di rovere con i resti di sant'Antonio dall'arca cinquecentesca della cappella situata sul braccio sinistro del transetto, devono essere stati pervasi da momenti di "santa" impazienza quando han dovuto attendere qualche minuto in più del previsto perché il "venerato carico" tornasse alla luce. Eppure gli artieri della Veneranda Arca, assieme agli operatori della ditta Ometto, avevano pianificato il tutto la sera prima. Invece un piccolo dettaglio ha rallentato le manovre. Uno dei tubi posto al di sotto della cassa per farla scorrere verso l'esterno improvvisamente si era messo per traverso, impedendone il rullare, facendola sbattere contro la parte superiore del loculo. Il sudore ha allora imperlato la fronte dei due artieri Luciano e Luigino, anche perché sotto il costante obiettivo di decine di fotografi e di teleoperatori, ma poi con tranquillità e religioso silenzio sono venuti a capo dell'impasse.

La cassa, uscita tra gli applausi dei presenti, è stata portata poi a mano da un primo gruppo di otto frati, a dir il vero con una certa difficoltà. «Ma - commenta il rettore padre Enzo Poiana, il carismatico regista della serata - più che di difficoltà per il peso, i frati avvertivano il timore di recare qualche danno al sacro carico».

Alla cerimonia era presente anche Antonello Belluco, il regista del film "Antonio, guerriero di Dio", accompagnato dalla diciassettenne figlia Giulia che aveva avuto uno sprazzo di gloria quando, nella scena finale, era andata a depositare un candido giglio sulla bara del Taumaturgo. «Al termine - commenta padre Poiana - il regista è venuto a salutarmi, dimostrando con la presenza la sua devozione verso il Santo, per il quale aveva scritto a mano la sceneggiatura del film, rilegandola e depositandola sull'Arca, un particolare questo mai reso noto prima d'ora».

Alfredo Pescante
 
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Il Giornale di Vicenza, 14 aprile 2008
Sant’Antonio da Padova riposa nell’urna vicentina
In una cerimonia privata (ammesse solo 300 persone) la cassa “ispezionata” a vista sotto gli obiettivi di cameramen e fotografi
di Gian Maria Maselli -
Sabato notte. Il sonno di Sant’Antonio di Padova viene interrotto per la quarta volta in otto secoli alle 21,13 dai colpi di scalpello degli operai. Stanno per estrarre dalla Veneranda Arca la cassa di legno con dentro l’urna in cristallo che ne contiene lo scheletro, per traslarlo temporaneamente nella cappella dirimpetto, quella di San Giacomo. Dentro a un sarcofago in marmo costruito per l’occasione da una ditta vicentina.
Un pezzo della nostra città entra in un significativo episodio legato alle reliquie di uno dei santi più amati al mondo, mentre settanta frati francescani, il delegato pontificio e una cerchia ristretta di trecento invitati sono in piedi, davanti all’altare della Basilica.
In trepidante silenzio, stanno rivolti verso la cappella dell’Arca. Non si perdono il minimo movimento delle operazioni di estrazione, come se il Santo dovesse materializzarsi da un momento all’altro dall’urna. C'è chi non si stupirebbe: Sant’Antonio è venerato in tutto il mondo come “il Santo dei miracoli”. Attorno al sacello che ospita il santo è tutto un ronzare di operatori tv e fotografi.
Ma anche qui, non c'è da stupirsi: le spoglie di Sant’Antonio, hanno sempre generato trambusto. Non ci sono solo i 4 milioni di pellegrini che ogni anno da ogni parte del globo si affollano sotto la tomba del Santo. Nel 1231 all’Arcella, dove morì a soli 36 anni il 13 giugno, si scatenò una battaglia per il possesso del suo corpo. I fedeli non si risparmiarono nemmeno i colpi di catapulta per contendersi le spoglie.
«Quella di Antonio fu una vita breve, ma incendiaria. Una cometa che passa veloce ma lascia una scia lunga 8 secoli» spiega padre Enzo Poiana, rettore del convento francescano di Padova. Questo Santo predicatore che in vita non stava mai fermo, che si guadagnò il soprannome di malleus haereticorum , martello degli eretici, non lo fanno star tranquillo neanche da defunto.
È la quarta volta che la sua salma viene traslata. Questa volta il trasloco è dovuto a motivi di cantiere. Vicenza, con la Margraf di Chiampo specializzata nella lavorazione del marmo che ha costruito e donato il nuovo sarcofago provvisorio, entra nella storia delle vicende di uno dei santi più amati del mondo. E il Santo padovano-portoghese non se ne avrà a male per il disturbo causato alle sue reliquie da impalcature e carrucole.
«Anche perché la sua vita - spiega il delegato pontificio mons. Francesco Gioia - ebbe una svolta decisiva proprio alla vista delle reliquie di cinque protomartiri francescani, missionari in Marocco e lì uccisi nel 1220. Fu allora che il futuro Santo concepì il desiderio del martirio. Antonio non riuscì a diventare martire, perché Dio per lui aveva il progetto di farlo divenire testimone, che poi significa martire nell’accezione greca del vocabolo martys".
Nella commozione che ha suscitato il rivedere le ossa del Santo, attraverso la feritoia di vetro che percorre la cassa funebre dove riposa, e nel clima di calorosa semplicità tipicamente francescana, tutti i confratelli e i fedeli presenti si sono sciolti in un applauso quando le delicate operazioni per issare il feretro e calarlo nel nuovo sarcofago si sono concluse. Come tra amici, come tra fratelli: «Riposa bene, Sant’Antonio». Tra diciotto mesi per il Santo missionario sarà tempo di rimettersi di nuovo “in viaggio”. Ma solo per tornare nella navata di fronte, sotto la cappella dell'Arca rimessa a nuovo e pronta ad accogliere il suo ritorno. Quel giorno, la grande basilica sarà gremita di gente. Chissà che trambusto, di nuovo, povero Santo.
 
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Il Mattino, 14 aprile
Le spoglie traslate per consentire i lavori di restauro
La nuova tomba di Sant'Antonio nella cappella di San Giacomo
La sera del 12 aprile, con una liturgia a Basilica chiusa, la cassa con la teca di cristallo è stata portata all'altare di San Giacomo, dove rimarrà almeno un anno
La sera di sabato 12 aprile la cassa di rovere con la teca di cristallo che custodisce le spoglie di Sant'Antonio è stata spostata dalla cappella dell'Arca, dov'è necessario aprire un cantiere di restauro, a quella di San Giacomo. La traslazione è avvenuta dopo le 21, a Basilica chiusa.
Alla presenza del delegato pontificio per la Basilica, monsignor Francesco Gioia, dei frati - in testa il rettore, padre Enzo Poiana - di autorità civili, militari ed ecclesiastiche della città, la cassa di rovere contenente la teca in cristallo con i resti mortali di Sant'Antonio, senza essere aperta e quindi senza rottura dei sigilli posti al termine della ricognizione del 1981, è stata prima posta di fronte all'altare maggiore per una breve liturgia, quindi trasportata nella vicina cappella di San Giacomo e collocata in un nuova Arca. La nuova tomba è stata realizzata sul disegno di quella trecentesca secondo l'affresco di Giusto de' Menabuoi nella Cappella del Beato Luca: una grande scatola istoriata che poggia su colonne. Il materiale impiegato è marmo bianco di Carrara.

La traslazione ha suscitato profonda emozione. Gia dalla prima mattina del giorno dopo la Basilica è stata meta di migliaia di pellegrini, giunti a venerare Sant'Antonio davanti alla nuova Arca. I primi fedeli hanno trovato ad accoglierli padre Poiana.

Il cantiere nella cappella dell'Arca dovrebbe durare alcuni mesi,almeno un anno, il tempo necessario a ultimare i lavori di risanamento, di ripulitura e di restauro in programma e non più rinviabili. «Vorrei - dice padre Poiana - che il 13 giugno del 2009 la processione portasse in giro non solo le reliquie, ma tutto ciò che resta del corpo del Santo».

Quando la cassa con i resti di Sant'Antonio ritornerà nella cappella dell'Arca, dove si trova da sette secoli, la tomba nuova troverà una destinazione di solidarietà. Sarà donata alla comunità di Bangalore, in India, dove c'è un percorso antoniano tracciato con fervidissima fede.


Gli interventi di restauro della cappella dell'Arca prevedono due cantieri, uno esterno per "spremere" l'umidità che pervade la parete Nord, tanto che un tappeto di muschio ha fatto presa alla base del muro. Qui c'è acqua meteorica che cola e acqua di risalita, un circolo vizioso che si può sconnettere solo impermeabilizzando la parete. Il secondo «fuoco» dei lavori, il più delicato e intrigante, è dentro, nel cuore della Basilica dove, chiuse da una pietra tombale in marmo africano, levigato da milioni di carezze dei devoti (8 milioni di fedeli l'anno) sono custodite le spoglie del Santo. Qui un «gutta cavat lapidem» quasi millenario, il fumo di candele e incensi, le polveri sottili sotto le scarpe dei fedeli, il sudore, hanno fatto ammalare statue e colonne.

Malattia vecchia, questa: aveva già dissolto gli affreschi quattrocenteschi di Stefano da Ferrara che facevano corona alla tomba del Santo e oggi minaccia il sacello cinquecentesco. Marmo e bronzo, infatti, sono sporcati, unti, l'argento dei candelabri è diventato nero come il giaietto, gli altorielievi scolpiti nella pietra bianco-rosata della cava di Luni, ingialliti e fessurati, costituiscono ancora uno scenario grandioso che in sessant'anni ha messo all'opera un pool d'arte coordinato dai Massari dell'Arca dei più importanti architetti e scultori del secolo: Tullio e Antonio Lombardo, Jacopo Sansovino, Tiziano Aspetti, Campagna, Falconetto che aggrappa il soffitto di stucco d'oro ad una centina sottilissima di legno, il disegno di questo fulgore prezioso è tratto da uno dei cartoni creati dalla prolifica bottega romana di Raffaello.

I lavori di restauro della cappella dell'Arca sono finanziati dalla Fondazione Cassa di risparmio di Padova e Rovigo e da Venetian Heritage. La nuova Arca nella Cappella di San Giorgio è stata donata dalla ditta Margraf di Chiampo in collaborazione con l'impresa Ometto Costruzioni di Padova. Il restauro sarà eseguito dalla stessa Ometto e dalla ditta Sansovino di Venezia..
 
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 :. «Ora sponsor per salvare il tetto della Basilica»
(il Corriere della Sera - pag. 15)
L'appello del presidente della Veneranda Arca Partiti i restauri per la tomba del Santo, si pensa alle infiltrazioni che stanno danneggiando gli affreschi di Casanova
PADOVA – Uno sponsor per restaurare il tetto della Basilica. A lanciare l'appello è Gianni Berno, presidente della Veneranda Arca del Santo, l'ente che dal 1369 si prende cura dei tesori storici ed artistici della cattedrale dedicata a Fernando Martim de Bulhões e Taveira Azevedo, meglio noto nel mondo come Sant'Antonio da Lisbona e di Padova. «Per sistemare la copertura – spiega – specie in corrispondenza delle cappelle radiali e dell'abside, dietro l'altare maggiore, sarebbero necessari 540mila euro. Magari qualche organismo, pubblico o privato, ci desse una mano. Le infiltrazioni d'acqua piovana hanno già rovinato una larga parte del ciclo di affreschi di Achille Casanova, generando alcune macchie bianche visibili ad occhio nudo. Negli anni scorsi, dopo il restauro avvenuto in occasione del Giubileo del 2000, sono state fatte soltanto operazioni tampone, coprendo il tetto con il piombo. Ora, però, serve un intervento strutturale. La società Autostrada Brescia-Padova ha già messo a disposizione 90mila euro – rivela Berno, consigliere del Pd in Comune – Altri 250mila, parecchi mesi fa, li abbiamo chiesti alla Regione come fondo perduto, ma non c'è stata ancora risposta. Speriamo che qualcuno raccolga il nostro appello». Ormai da più di 48 ore, intanto, le spoglie mortali di Sant'Antonio riposano nella nuova urna all'interno della Cappella di San Giacomo, realizzata per l'occasione dalla ditta vicentina Margraf. La ripulitura dell'arca, dove il corpo del frate portoghese si trovava da quasi sette secoli (era il 1350), durerà almeno un anno e mezzo: colpa delle infiltrazioni d'umidità che, col tempo, hanno intaccato le tarsie in marmo che narrano i miracoli del Santo. Un intervento prestigioso, finanziato con mezzo milione di euro dalla Fondazione Cariparo e dalla statunitense Venetian Heritage. La traslazione (temporanea) di sabato sera, svoltasi in forma privata di fronte a quasi 300 persone tra autorità religiose, civili e militari, resterà nella storia di Padova. «La speranza è che i lavori si concludano entro giugno 2009 – si augura Berno – Così, magari, prima di ricollocarle nella Cappella dell'Arca, le spoglie del Santo potranno essere esposte al pubblico. Ovviamente, soltanto dopo aver ricevuto il via libera del Vaticano. E sarebbe stupendo, come già auspicato da padre Poiana, far coincidere quel momento con la visita a Padova di Papa Benedetto XVI. Incrociamo le dita». Una concomitanza pronta a generare uno straordinario indotto economico per tutta la città. Tra qualche settimana, intanto, verrà presentato il calendario del Giugno Antoniano 2008, la kermesse, artistica e religiosa, che si concluderà con un concerto musicale gratuito sul piazzale della Basilica: lo scorso anno, si esibì l'ex Matia Bazar Antonella Ruggiero.
Davide D'Attino
 
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La traslazione della cassa in rovere ...
La traslazione della cassa in rovere contenente l'urna sepolcrale con i resti mortali del Santo, dalla Cappella dell'Arca a quella di San Giacomo per consentire l'esecuzione dei previsti lavori di restauro, ha rappresentato certamente un evento "pubblico" straordinario, di risonanza enorme, ma per i religiosi della famiglia minoritica conventuale custodi di questo tesoro di fede è stata un qualcosa di più: di emozionante e di commovente.

E qualcuno l'ha ricollegata all'"operazione" precedente, avvenuta nel 1981, quando l'antica, povera, cassa con le spoglie del Taumaturgo venne aperta per la ricognizione scientifica. In particolare, padre Antonino Poppi, cattedratico nell'Università di Padova, che in quell'occasione era "notaio", e quindi aveva registrato tutto, dice che fu un avvenimento eccezionale, sotto diversi punti di vista: scientifico certamente, ma poi sul piano della fede, e della risonanza a livello internazionale.

Padre Poppi, che seguì costantemente tutte le fasi dell'"operazione", sottolinea "il lavoro appassionato svolto dall'équipe diretta dal professor Virgilio Meneghelli, accanto al quale c'erano studiosi di alto profilo (dell'ateneo patavino e di altre università italiane, a incominciare da quella di Firenze), in primis il professor Cleto Corrain, allora docente di Antropologia Fisica all'Università e uno dei massimi esperti della materia, personaggio assai noto e stimato e il cui ricordo è ancora vivo, oggi, sia nell'ambiente accademico, sia in quello religioso. Furono Meneghelli e Corrain a invitare progressivamente altri loro insigni colleghi dei dipartimenti di chimica, di patologia medica, docenti dell'Orto Botanico, eccetera". Fra gli studiosi va anche ricordato quello che diede un contributo enorme per la datazione dei sigilli della sepoltura del Santo: monsignor Claudio Bellinati. Accertò che erano stati apposti in epoca comunale, prima della Signoria Carrarese, quindi si ebbe la certezza che si trattava di quelli apposti da fra' Bonaventura da Bagnoregio al termine della ricognizione d'allora. Dopo di lui, nessuno aveva messo le mani dentro la cassa. Gli studiosi guidati da Meneghelli e Corrain ebbero questo grande privilegio.
Giovanni Lugaresi

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I LAVORI NEL COMPLESSO SAN FRANCESCO
Restauro urgente per le lunette del portico: costerà 400 mila euro
È un sogno realizzabile quello dell'architetto Antonio Tombola, cioè il restauro delle lunette dipinte all'esterno della chiesa di San Francesco, sotto il portico, davanti a quella Scuola della Carità ritornata magnifica grazie al suo progetto e alla sua direzione e all'intervento di una numerosa équipe. Si darebbe così voce a Francesco Squarcione, il maestro di Andrea Mantegna, che qui lasciò il suo capolavoro in 31 lunette, di cui 26 all'esterno e 5 all'interno, queste scomparse nel 1746: parlavano della vita di San Francesco.

Dice Tombola: «Ho fatto eseguire alla Edilrestauro di Altavilla Vicentina un saggio su una lunetta e siamo rimasti sorpresi del risultato, nonostante sembrino scomparse del tutto le scene rappresentate. Sono emersi dei colori che ci hanno convinti che un lavoro serio, preceduto da sondaggi e stratigrafie, potrebbe restituire un capitolo importante della storia artistica di Padova nel Quattrocento. Le raffigurazioni, contornate da una fascia in rosso mattone, sono a terretta verde, come nella primitiva decorazione della sala della Carità, mentre le volte sono intonacate a marmorino. Ho già abbozzato un preventivo di massima, che si aggira sui 400 mila euro, comprensivo di restauro delle lunette e di pulizia del portico. Se un ente mettesse a disposizione questa somma, potremmo partire subito con i lavori, contando anche sull'entusiasmo del parroco padre Angelo Visentin».

Travagliata è la storia di questi affreschi, più volte minacciati di sparire nei secoli, al punto che quello se si può recuperare non potrà essere la scena completa, ma lacerti e la grafia di Squarcione che usava incidere sull'intonaco con un chiodo per poi lasciarvi sfondi e figure con tempera a "terretta verde", come suggerivano Alberti e Paolo Uccello per le composizioni esterne. Michelangelo Muraro, il quale 50 anni fa descrisse gli affreschi, a seguito di un tentato recupero da parte della Soprintendenza di Venezia, che mappò e fotografò il tutto, parla di "armoniose composizioni". "Francesco Squarcione - afferma - assimilò meglio e prima di ogni altro pittore dell'Italia settentrionale i principi che informarono la sua seconda maniera, vicina ai toscani. Le figure e l'ambiente sono intuite in un'armonia che trascende ogni ingenuità scolastica e architettura e paesaggio si fondono con naturalezza e semplicità". In questi affreschi dimostra maestria nel disegno delle figure, nell'uso della luce che le avvolge, nella descrizione dei paesaggi e nelle densità plastiche. Si avvertono Filippo Lippi e il Pollaiolo che conobbe a Padova, ma non risulta pedissequo, esprimendo invece una grande personalità che preannuncia il '500. Giuseppina Menin, nel 1958, ha ricostruito graficamente le composizioni e precedentemente il conte De Claricini copiò le diciture latine al di sotto di ogni scena.
Alfredo Pescante
 
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Avvenire, 15 aprile.
A Padova il Santo tra la «sua» gente
da PADOVA, LUCIA BELLASPIGA -
Anche la silenziosa concentrazione dei frati si è sciolta in un applauso, sabato sera poco dopo le 21, quando finalmente la cassa in rovere contenente le spoglie di sant’Antonio è scivolata fuori dal grande sarcofago in mar-mo per approdare tra le premurose mani dei francescani ed essere adagiata sulla portantina. Per alcuni lunghissimi minuti, in un si-lenzio perfetto, davanti all’attesa di 400 fedeli ammessi alla cerimonia, la cassa non si era voluta muovere, ostinatamente ancorata a quell’arca in cui era stata definitivamente trasferita nel 1350 e dove giaceva da sette secoli. Poi ha ceduto e si è offerta agli occhi dei presenti, mentre le campane riempivano la notte piovosa di Padova e i frati più giovani, commossi dall’evento, si concedevano il gesto affettuoso di una foto scattata col cellulare. «Quel giorno del 1350 qui era presente il Petrarca», ha ricordato dall’altare padre En-zo Poiana, da due anni rettore della Basilica di Sant’Antonio, a sottolineare ancora di più la storicità dell’evento odierno: da sabato sera fino alla fine del 2009, per circa 18 mesi, il corpo del santo riposerà non più nella cappella dell’Arca ma in quella di fronte, dalla parte opposta della Basilica, il tutto per permettere un attento restauro della cappella stessa e dei suoi preziosi altorilievi in marmo. «Questa è la quarta traslazione del corpo del santo dal giorno della sua morte, avvenuta il 13 giugno 1231 – ha ricordato padre Poiana –, e ogni volta la preoccupazione è sempre stata la stessa: far sì che non si interrompesse il flusso dei fedeli e permettere che si avvi-cinassero al santo per il 'gesto del pellegrino', quel contatto con la pietra che trae origine da tempi lontani, quando i malati per pregar-lo si gettavano sopra la sua tomba». E infatti già sabato sera, durante la traslazione, la vicinanza stretta tra il santo e i suoi devoti ha toccato momenti di vera emozione, quando otto frati accompagnati dal ritmo delle litanie dei santi, hanno condotto la cassa in rovere al centro della navata per concederla un’ora alla venerazione. La cassa non è stata aperta, ma nel 1981 i frati decisero di intagliarvi una larga fessura, lunga quanto il corpo del santo, che permette di vedere all’interno attraverso la teca in cristallo. Anche sabato sera, dunque, quello che nella sua omelia monsignor Francesco Gioia, delegato pontificio, ha definito «il santo forse più popolare, certo il più invocato, quello cui ci si affida nel momento del dolore quando non si ha il coraggio di rivolgersi al Deus absconditus», ha accol-to le preghiere di centinaia di fedeli: uno per uno, insieme ai frati, sono sfilati davanti alla cassa, chinandosi a baciarla nell’atto stesso in cui il loro sguardo cadeva sul corpo di sant’Antonio. «I santi, oltre a essere i nostri protettori grazie a quella misteriosa comunione che esiste tra vivi e defunti, hanno la missione di incitare tutti i fedeli a perseguire la santità, perché nessuno è escluso: tutti siamo chiamati alla santità, ciascuno nel proprio stato», ha detto monsignor Gioia. Una strada percorsa già da sant’Agostino, che «guardan-do alle vite dei martiri si chiese, perché non io?... Era circa il 400. Otto secoli dopo un giovane frate agostiniano sentì dire che cinque francescani avevano subìto il martirio il 16 gennaio 1220 in Marocco, così entrò nell’ordine di san Francesco d’Assisi e partì a sua volta per il Marocco. Era sant’Antonio...». Lo guardi da vicino, quasi potresti toccare quel corpo per venerare il quale ogni anno da tutto il mondo cinque milioni di pellegrini si mettono in viaggio, portando davanti all’arca il proprio patrimonio di preghiere, richie-ste, dolori, ma anche ringraziamenti. Una di loro è qui, questa sera: è una giovane donna, sta in piedi per tutte le due ore di funzione e tiene in braccio Caterina Francesca, un mese soltanto di vita. È figlia di sant’Antonio? La ragazza sorride, capisce la domanda e an-nuisce con vigore. «Sant’Antonio è quasi un patrono della famiglia – ci conferma il rettore –, a lui si rivolgono le coppie di sposi in crisi, i giovani in cerca di un vero amore, ma soprattutto le donne che desiderano tanto un figlio. Oggi qui è arrivata una pellegrina croata, visibilmente in attesa di un bambino. Era dispiaciuta di trovare la Basilica chiusa, 'sono venuta per una grazia, per un figlio', diceva. Le ho chiesto: ma non hai già il tuo in grembo? Sì – mi ha risposto – ma ora sono qui per ringraziare...». È un po’ questo lo spirito che si respirava in Basilica sabato sera, quasi una testimonianza a catena, una sorta di passaparola della fede. Infine il breve viaggio terreno delle spoglie ha ripreso il suo percorso, portato da altri otto frati nella cappella che la ospiterà temporaneamente: nul-la di sofisticato, anzi, una carrucola in ferro, due corde bianche annodate attorno alla cassa, la forza di braccia di alcuni operai e la cassa si è sollevata dal suolo per entrare lentamente nel nuovo sarcofago in marmo, costruito ad hoc. Fiato sospeso, il cigolio delle catene tese coperto dalle litanie di sant’Antonio, attesa, il coperchio che si chiude. È fatta, un altro applauso scioglie la tensione e i cittadini, tra i quali il sindaco Flavio Zanonato, ricevono la benedizione solenne.

Una lunga serie di progetti per restituire alla città il patrimonio legato alla devozione al taumaturgo
DI SARA MELCHIORI -
Cantiere aperto, il complesso antoniano di Padova. Con la traslazione dell’urna di sant’Antonio lo scorso sabato, ora potranno iniziare i lavori di restauro nella cappella dell’Arca, un gioiello del Rinascimento che tornerà al suo pieno splendore nel giro di un anno e mezzo. Nel frattempo i devoti al taumaturgo potranno comunque pregare sulla tomba di Antonio temporaneamente collocata nella cappella di San Giacomo. Il restauro della cappella dell’Arca è uno dei tanti interventi che in questi anni si stanno succedendo per mantenere sempre splendente il patrimonio antoniano. «La fervente attività della Veneranda Arca di Sant’Antonio (l’ente deputato alla conservazione e al miglioramento degli edifici monumentali della Basilica del Santo e degli altri stabili annessi, ndr) – sottolinea il presidente capo Gianni Berno – in questi anni è finalizzata a rinvigorire l’attenzione di Padova sulla figura del Santo e sulla centralità della Basilica di Sant’Antonio. Un lavoro in rete con istituzioni, Chiesa locale e privati che ci auguriamo permetterà di trovare sempre maggiore interesse per finanziare il recupero del patrimonio storico-artistico-culturale di eccellenza presente nel complesso basilicale». Ne sono testimonianza i recenti interventi di restituzione alla città della Scoletta del Santo, del Rosone sud della Basilica e ora del cuore spirituale della Basilica. Di progetti, ricorda il presidente, ce ne sono molti, alcuni inderogabili, tra cui il tetto della Basilica per cui si sta cercando una cordata di sponsor. «Speriamo che l’attenzione eccezionale sulla Basilica e sul Santo in questi mesi – dichiara Berno – ci regali una disponibilità che attendiamo da anni: un finanziamento a cura di realtà istituzionali e private del nostro territorio per poter effettuare l’intervento improrogabile sul tetto. Ci auguriamo di poterlo annunciare in occasione del prossimo giugno antoniano»..
 
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ultima modifica, 15 aprile 2008

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